Passo Laurino

Non so come iniziarlo questo post, questa descrizione. Ripenso ai tanti blog di montagna, escursioni, giri a piedi: raccontano tutti le stesse cose con le stesse parole. Pochi si distinguono, pochi brillano, molti banalizzano. Io posso annoverarmi tra i blog opachi con descrizioni banali. Ma è difficile trovare parole originali per esprime quei sentimenti che TUTTI quelli che vanno in montagna provano ...
La salità perfetta, nella giornata perfetta, con la compagnia perfetta. Un giro che compensa parecchie gite andate male negli ultimi anni. un'altro stupendo weekend di ferragosto!Una serie positiva dal 2011, a cui inizio ad abituarmi e che aspiro a mantenere negli anni. Veniamo al dunque???
Siamo a casa di M. che ci ospita qualche giorno. La sera a tavola si discute sull'itineriario e vogliamo tutti la stessa cosa: evitare il casino che attanaglia le Dolomiti. A. propone un itinerario poco frequentanto sul Catinaccio, una salita che (assicura lui) ci porterà al Re alberto senza incontrare nessuno. L'altro socio accetta immeddiatamente mentre io sollevo i dubbi sul mio stato di S-forma fisica e le mie precarie abilità scalatorie. Cerco sulla cartina ma non trovo traccia del sentiero. "Non è segnato, diciamo che è una ravanata di I-II grado. Niente di difficile ma un ambiente splendido". Mi fido ma fino a un certo punto.
Ci svegliamo presto, colazione scarsa (come usano questi soci anziani che scampano di aria ...),alle 8.30 spaccate prendiamo per primi l'impianto che ci porta al Coronelle. Percorriamo una lunga cengia che rimane sotto i paretoni del Catinaccio. Sono già in affanno: i soci pedalano a un'altra velocità, io resto indietro ma forte dei miei propositi Zen penso positivo. Mi ripeto che io non ho fretta, che io posso salire all'attacco della via, come girarmi e tornare indietro. Non sono obbligata a fare nulla, se non a divertirmi e stare bene. Quindi senza stress procedo tra le scarse tracce di sentiero mentre i miei compagni non sono più in vista. Mi sforzo di pensare che sarà bellissimo, che posso farcela, che se resto tranquilla tutto andrà bene e ricorderò per sempre questa giornata. Altre volte immagino la caduta dei miei compagni che salgono slegati e la mia chiamata al soccorso indicando il luogo in cui sono. Pensieri che cerco di soffocare immediatamente!
Arriviamo all'attacco della via, dove una corona con indicato "Laurin" ci invita a mettere l'imbrago. Le roccette sono piacevoli, non mancano appigli per le mani e i piedi ... ma io sono pippa! Non sono abituata a salire con lo scarpone, avessi le mie Salomon mi fiderei meglio dei piedi, ma con questo scarponaccio ... chiedo subito la corda. Soci super disponibili, mi assicurano, procediamo in conserva e inziamo la salita. Mi impegno, cerco di procedere con "piccoli passi". Respiro e risparmio. Risparmio forze, movimenti inutili, tirate di braccia. La salita sarà lunga e io voglio arrivare in cima senza morire, quindi mi muovo lentamente, respirando, senza forzare, cercando di usare bene gambe e piedi. Non ho fretta, voglio salire bene.
Dopo un paio di lunghezze arriviamo al tiro chiave di III grado. Qui i soci fanno una bella sosta e assicuriamo tutto il tiro. Mi piace guardarli all'opera. M fischietta tutto il tempo, si muove con una dimestichezza che invidio. Faccio domande e rispondono, mi spiegano, mi raccontano. Intorno a noi solo rocce e silenzio. E la campana, che suoniamo da veri caiani. Salgo al meglio delle mie possibilità e sono felice, anche se lenta. Cerco di non fermarmi, non bevo, non mangio, appena raggiungo i soci, li invito a ripartire.
Saliamo con qualche indecisione: camino sì, camino no, i bolli rossi sono molto sbiaditi. Se non mi fidassi ciecamente dei miei soci sarei in panico, sarei assalita dalla paura di non farcela, di restare lì per la notte e morire di freddo come una stupida nell'iper-frequentato gruppo del Catinaccio! Ho sempre pensieri felici, di gioia e leggerezza quando sono in montagna! La roccia è buona, il rifugio è sopra di noi, non possiamo sbagliare più di tanto. Infatti anche se sbagliamo la salita ci ricongiungiamo presto ai miei amati bollini rossi.
Non so dire da quanto tempo eravamo partiti o da quanto tempo fossimo lì, su quella roccia remota, lontana da tutti i rumori della civilità. Il tempo è buono, non fa ne caldo, ne freddo. Ho smesso di sudare come durante l'inseguimento sulla cengia. Penso solo a salire, a usare bene i piedi e non perdere troppo tempo. Finchè usciamo. Uscire vuole dire che siamo fuori, siamo "arrivati". Vuol dire che posso sciogliere la corda e stare in piedi, con i piedi sulla terra, non su un pezzetto di terra o su uno spuntone di roccia. Giusto il tempo di piantare bene i piedi e smettere di sentirmi in precario equilibrio che arrivano entrambi i soci ad abbracciarmi con un "Berg Heil". Sono confusa, frastornata, di colpo riconosco le Torry del Vajolet che non avevo minimamente individuato da sotto. I compagni arrivano ad abbracciarmi ma non sono pronta, è un attimo troppo rapido, non ho il tempo di trattenerli e abbracciarli forte, stringerli per bene, perchè capiscano quanto sono loro riconoscente! Perduto l'attimo raro in cui ho voglia di abbracciare qualcuno (Io non amo baciare, stringere, abbracciare, girare a braccetto. Nessuna di queste forme di contatto mi è gradita. Siete gentilmente pregati di astenervi ... tutti) restiamo in silenzio. Il cielo si è coperto di nubi, udiamo in lontananza una cordata che scende in doppia da una torre. La conca è vuota, il rifugio poco animato. I soci raccolgono corda, protezione, rinvii mentre io frugo convulsamente nel sacchetto della pasticceria per addentare una treccia dolce di uvetta e ricotta. E mi guardo intorno, nel silenzio. Anche M ha smesso di fischiettare. Seduto, ammira le torri e fuma con boccate lente e lunghe. Finisco la treccia dolce. Inutilmente la offro ai miei soci anziani, mangeranno stasera. Ma stasera è lontanissima, io ho un buco nello stomaco e mi serve qualche energia anche per la discesa!
La discesa appunto. Mi congendo com un "Io mi avvio che sono lenta, voi fate con comodo, tanto mi prendete". La discesa mi preoccupava più dalla salita e così è stato. La discesa era lungo la Ferrata Santner. Le ferrate sono pericolose si sa: se caschi scendi fino al fittone sotto e se ti dice male voli per almeno 2-3 mt. Il Fattore di caduta in una ferrata è molto elevato, quindi in ferrata non devi cadere. In discesa vale ancora di più. Così mi avvio lungo la ferrata ... in discesa appunto. Non sono particolarmente agile. Non so bene dove mettere i piedi, tentenno, sono lenta da morire. Inizio anche ad essere stanca. Le gambe, le ginocchio, ma anche varie ammaccature sulle mani e sulle dita dovute alla mancanza di calli e di abitudine alla roccia. Il cielo sopra di noi si fa sempre più nuvoloso e vengo invitata ad aumentare un po il ritmo per evitare la pioggia. Non ce la faccio. Più di così non riesco ad andare. La Ferrata mi pare lunga, sarà anche facile in salita, ma in discesa ho abbastanza paura. Se scivolo mi faccio male di sicuro, tra le rocce strette e i fittoni piantati. La roccia non è unta, è completamente levigata!! Liscia come un'acquasantiera per gli infiti passaggi di mani e piedi degli escursionisti. Resisto, scendo goffamente e non vedo l'ora di essere fuori da quelle rocce lisce. Finalmente siamo fuori, qualche goccia in arrivo, prendo la cengia che ci riporta al rifugio e pedalo più che posso. Ora sono ufficialmente stanca e pur non fermandomi mai, resto costantemente indietro. Avviso allora i miei soci "Andate in rifugio, io arrivo e prendo la funivia per scendere". Non ho voglia, più che non ho forza, per scendere. Sono paga della mia gita. Arrivo al rifugio, elemosino un passaggio in discesa e mi siedo al tavolo con i miei soci già impegnati a bere birra. Chissà se sanno quanto bella è stata per me questa giornata ...

"Si vive una volta sola, ma se lo fai per bene, una volta è sufficiente" Mae West

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