DOC1 - La sindrome del dormitorio e il chiodo mai appeso


Mi ha fatto una buona impressione da subito. Un uomo grande, tranquillo e pacato, con una risata sincera e un viso simpatico. Non sapeva nulla di me e io navigavo a vista, menando colpi a destra e manca. Mi frenava, cercava di incanalare le informazione chiedendo prima di un argomento e poi dell’altro. Ho riassunto abbastanza bene la mia non più giovane vita. Ho pianto ma chissenefrega. Ha colpito bene sulla mancanza di radici, su quella che io definisco la sindrome da dormitorio: l’incapacità di sentirmi a casa, di mettere le radici, di arredare un posto e renderlo mio senza pensare ogni volta “non so se resto qui”. Sono trascorsi 8 mesi e la mia casa è esattamente come quando ci sono entrata: minimalista! Letto, armadio, cucina, bagno. Non un divano su cui sedersi comoda, non un mobile per riporre scarpe, non un chiodo appeso. Piantare chiodi non mi riesce proprio, non per una questione pratica, perché ho sufficiente manualità per piantare un chiodo senza martellarmi le dita. E’ una questione filosofica! Se pianti un chiodo e appendi un quadro, questo è destinato a restare appeso e immutabile per anni. Devi essere sicuro di trovarti nella casa giusta per fissare al muro un oggetto che ti vedrà invecchiare. Mi rendo conto che è una cazzata ma resto senza quadri in una casa che rasenta l’abbandono più che il minimalismo. Un chiodo è per sempre, siamo impazziti??
Mi accordo anche che ho dimenticato tanto della mia convivenza. Ho smorzato, rimosso, ridimensionato le sofferenze, forse come forma di difesa o forse non erano così gravi come mi apparivano. Il doc dice che le manie e le ossessioni c’erano tutte. Mi ha dato molto conforto quando a seduta finita, a tempo scaduto, del tutto fuori contesto ho espresso la mia preoccupazione sul fatto che nessuno mi sembra più normale e che ho la tendenza a non tollerare molto le diversità che non mi garbano. E’ sbottato dicendo “E’ normale! Con tutto quello che ha vissuto in quella gabbia di costrizioni”. La serenità che già mi avvolgeva da qualche giorno dopo aver interiormente detto “fine” anche agli amici che consideravo storici si è amplificata dopo questa giustificazione autorevole!
Qualcosa da scavare sotto c’è. Dice che ho molta emotività al di là del pianto. Non so bene cosa voglia dire, dice che ci arriveremo con calma. Lui non è altro che uno specchio che deve riflettere la mia immagine in un modo che io da sola non posso vedere. Certo se le persone di cui mi circondo sono in fondo uno specchio nel quale vedere la mia immagine ecco che ha ragione M. Qualche giorno fa, mentre raccontavo come al solito le mie amicizie “impossibili” fatte da casalinghe disperate, da gente ricca, etc mi ha fulminato con una disarmante “Ma cosa c’entrano queste persone con te?”. Credo che potrei partire da qui per capire che non è importante il numero di persone che ho intorno, che non va sempre “bene tutto” basta fare, andare, organizzare. Forse è meglio scegliere con accuratezza per stare bene. Perché in fondo queste persone non mi fanno stare bene, perché in fondo mi lamento spesso di loro e non le ammiro e non mi danno nulla di indimenticabile. Sono di contorno.

Commenti

Post popolari in questo blog

Day 16

Arringa finale con CNV

Riprendere a fare le cose da sola