Emmelle ti saluto, ognuno per la sua strada
E’ tutto molto confuso. Montagne russe di sensazioni velocissime, che cambiano ogni giorno: lacrime e disperazione post annuncio, poi la chiamata della sincerità, della gratitudine, un’ondata di pensieri che si sono scaricati in un colpo solo, come un pallone bucato, tutta paranoie hanno perso forza, importanza.
Ieri poi la psico, le domande poste bene che mi hanno fatto ridere mentre visualizzavo e sentivo di pancia una vera convivenza con Emmelle: la mattina la sveglia con il suo alito, la roba sporca da lavare insieme, lui che ha le mie chiavi di casa ed entra quando vuole che magari è quando io non voglio. Mi sono irrigidita così tanto da aver smesso di respirare! “Respira” continuava a chiedermi la psico. E io che rispondevo “no, ma non tutto subito, così violentemente”. Ma lei incalzava e io capivo che una relazione è tanta roba, che io non vivo da tanto tempo, fatta da tanta quotidianità che funziona solo se veramente senti che è la persona giusta. Così .. a pelle .. per Emmelle non la sentivo. Ho riso a lungo, di gusto, immaginando lui e la routine di vita con lui.
La parola chiave della serata è stata IDEALIZZARE: io idealizzo tutto, il passato, il futuro, le persone, le relazioni. La convivenza in montagna sembrava bella perché era idealizzata, perché era una sera e poi via, come il romano, contatti sporadici, in ambienti neutrali. Aver detto a Emmelle che voglio una relazione più “impegnativa” è stato facile e possibile solo perché NON possibile, solo perché lui se n’è già andato. Come dire che avresti mangiato una bella pizza enorme … davanti a una pizzeria chiusa. Puoi anche dirlo quanto avresti mangiato, ma tanto non succederà. Posso anche dire che voglio una relazione, tanto lui se n’è andato.
Poi è emersa la consapevolezza (di cui ancora non mi ha convinto, ma se lei lo ha detto, vuol dire che lasciandolo sedimentare, esploderà in me nel giro di poco tempo) di come la mia comfort zone sia diventato questo “mondo immaginario”. In qualche modo questo stato di sofferenza, di prostrazione, mi piace, ci sto bene, in qualche modo mi nutre drammaticamente. Lo stesso mio libro nasce dalla sofferenza, questo stato mi rende creativa … scrivo, pagine, lettere, volumi. E questo è dannatamente vero e difficile da ammettere … il fatto stesso che io sia ancora qui a scrivere!?!? E le milioni di agende che ho scritto da ragazza. Davvero sono stata così sciocca da intrappolarmi da sola in questi meccanismi? Ma soprattutto: come cazzo ne esco ora?? Perché va bene scordarci del passato, ma come cambio il turbinio costante di pensieri?
Questa credo sia stata la cosa più schifosa della serata, compensata solo parzialmente dalle risate immaginando una reale convivenza con Emmelle con la quantità di olio che usa per condire. Orrendo, orrendo scoprire che questa sofferenza perenna me la sono cercata, costruita e ALIMENTATA io, nel tempo, negli anni, nella vita. Nuove orrende scoperte. Lasciamo decantare che tanto esploderanno da sole spargendo merda proprio uno spara letame nei campi di pianura.
Dopo la psico c’è stato un nuovo aggiornamento da B. e questa volta l’ultimo, non voglio più sapere niente di Emmelle riportato da lei. Nuovo cambio di emozioni: la rabbia. Rabbia perché si permette di pensare che io soffro, rabbia perché chiede se mi ha detto che vede un’altra e perché vorrebbe evitarmi ulteriore sofferenza. Non si chiama sofferenza, si chiama crescita! Si chiama capire chi hai davanti, scoprire che per quanto mi sforzo di pensare che gli uomini non sono tutti stronzi invece … sono tutti stronzi. Tutti simili. Mollano il nido quando c’è già altro, ma VA BENE. Va veramente bene, perché si conoscono le persone. Quindi ieri sera mi sfogo 1 ora al telefono con un amico che quanto a donne e giri di giostra potrebbe scrivere un’enciclopedia. A volte difende RichBoy, a volte pensa che bluffa, che non sia sincero. Mi tiene compagnia fino a quando non mi chiudono gli occhi e stremata mi addormento velocemente, senza avere il tempo di accendere l’interruttore dei pensieri di merda.
Mi sveglio alle 5:30, carica come non mai, riposata e purtroppo, accendo l’interruttore dei pensieri di merda (che chiamerò per brevità IPM). Penso, ripenso, sono ARRABBIATA con Emmelle, gli ho fatto una telefonata di ringraziamento e ne esce solo “mi spiace che lei soffra, meglio che non sappia che esco un’altra”. Ma brutta di quella madonna, No, porca troia! Sei un cretino, stupido, sciocco e stronzo come tutti gli altri. Il tarlo è avviato, vorrei scrivergli, inizio a farlo (visto che pare che questa sofferenza sia il carburante della mia creatività, lasciamo che sfoghi). Scrivo, scrivo, scrivo, poi no … sono troppe cose e poi lo voglio vedere in faccia, voglio sentire lui cosa dice, come risponde e voglio sentirglielo dire che ha un’altra (ahimè quanto sono donna “semplice” pur volendolo costantemente negare). Alle 7 mi decido e scrivo solo “A che ora vai in ufficio”.
Risponde subito, alle 8, dice che (ovviamente) domani non è libero, che possiamo bere qualcosa dopo cena ma non ho voglia di aspettare fino a cena, io sono lucida adesso! Adesso so di poter trovare le parole giuste per dirgli che può davvero andarsene a fare in culo, che ormai è sceso così in basso che NO, non lo voglio proprio, davvero, sinceramente più, un uomo così … uno come tanti.
Risponde come al solito: subito non riesco, forse dopo, ti chiamo, la lavatrice. Rispondo accomodante come al solito: facciamo stasera, niente stress che è venerdì. Mi chiama dopo pochi minuti che è sotto casa mia e mi dico per la milionesima volta “Cosa me ne faccio di un uomo così?” Di uno che non sa decidere se berci un caffè insieme la mattina o bere una cosa la sera. Comunque sono contenta che sia qui, beviamo il caffè ma poi saliamo in casa, ho bisogno di sentirmi tranquilla. Apro dalla testa il file delle 5:30 con l’arringa d’accusa e parlo, con calma, pacatamente, cercando veramente di essere sincera, di fargli capire che essendo stata una relazione speciale, vorrei chiuderla in maniera speciale, diversa da come ho chiuso le solite (anche se il finale è tristemente uguale, con la comparsa di una nuova figura). Si scusa, dice che ha capito. Mi abbraccia, a lungo, ma non riesco a ricambiare con vero trasporto. Gli chiedo un bacio senza motivo, non lo voglio neanche, solo per stuzzicarlo, per metterlo alla prova. Sono una cretina quando faccio così, forse è solo l’istinto di dire “valgo ancora" o “posso ancora averti se voglio”. Sì insomma cazzate così, da vittoria, di slanci sessuali violenti, forme di prepotenza che non mi piacciono. Mi liquida dicendo che un bacio sarebbe l’ennesimo fallimento della nostra coerenza ad allontanarci. Va bene così, possiamo uscire di casa.
Saliamo in macchina, ho ancora quel sassolino da togliermi dalla testa, quella cosa che sta sempre su whatsapp. In casa non sono riuscita a strappargli niente, lui dice che fa sempre la solita vita, che è trasparente, che non nasconde niente. Mi guarda anche negli occhi quando lo dice, sarebbe da scrivere una lettera a Pellizzari, porca puttana! Facciamo il giro del palazzo, mi segue nella sua auto. La testa mi bolle, non resisto, devo spurgare anche questa, l’ultima cosa e poi sono libera. Non ricordo neanche cosa gli ho detto, solo che non ero sicura che lui fosse proprio sparito solo per rispetto della decisione presa, che io non ho buone sensazioni, che gli uomini spesso spariscono se hanno già altro a cui dedicarsi. Gliel'ho detto così, in piedi, in mezzo al cortile, lui in auto con il finestrino abbassato. Farfuglia che “ha qualcosa tra le mani, niente di serio” e io vorrei investirlo di pensieri tipo che per uno come lui è già tantissima roba avere una persona con cui uscire, che il tempo che non aveva per me dove lo trova per un’altra, che tutti quegli accessi fino a sera tardi … Per fortuna mi trattengo, ho già avuto tanto: l’ho avuto di mattina per parlargli nel momento in cui mi sentivo lucida e costruttiva, ho avuto le sue scuse, ho avuto che non parlerà più di noi con B anche se non ho chiarito a sufficienza che se deve dire qualcosa deve farlo con ME, così come io faccio con lui se ho bisogno di sapere o chiedere qualcosa. Ho avuto anche una sorta di ammissione e non servono ulteriori dettagli. Dico un “ok” senza guardarlo negli occhi. Apro il cancello, salgo in macchina, parto sgommando. La sua macchina è dietro per pochi metri, poi io svolto a sinistra, lui dritto … quando si dice ognuno per la sua strada.
Ieri poi la psico, le domande poste bene che mi hanno fatto ridere mentre visualizzavo e sentivo di pancia una vera convivenza con Emmelle: la mattina la sveglia con il suo alito, la roba sporca da lavare insieme, lui che ha le mie chiavi di casa ed entra quando vuole che magari è quando io non voglio. Mi sono irrigidita così tanto da aver smesso di respirare! “Respira” continuava a chiedermi la psico. E io che rispondevo “no, ma non tutto subito, così violentemente”. Ma lei incalzava e io capivo che una relazione è tanta roba, che io non vivo da tanto tempo, fatta da tanta quotidianità che funziona solo se veramente senti che è la persona giusta. Così .. a pelle .. per Emmelle non la sentivo. Ho riso a lungo, di gusto, immaginando lui e la routine di vita con lui.
La parola chiave della serata è stata IDEALIZZARE: io idealizzo tutto, il passato, il futuro, le persone, le relazioni. La convivenza in montagna sembrava bella perché era idealizzata, perché era una sera e poi via, come il romano, contatti sporadici, in ambienti neutrali. Aver detto a Emmelle che voglio una relazione più “impegnativa” è stato facile e possibile solo perché NON possibile, solo perché lui se n’è già andato. Come dire che avresti mangiato una bella pizza enorme … davanti a una pizzeria chiusa. Puoi anche dirlo quanto avresti mangiato, ma tanto non succederà. Posso anche dire che voglio una relazione, tanto lui se n’è andato.
Poi è emersa la consapevolezza (di cui ancora non mi ha convinto, ma se lei lo ha detto, vuol dire che lasciandolo sedimentare, esploderà in me nel giro di poco tempo) di come la mia comfort zone sia diventato questo “mondo immaginario”. In qualche modo questo stato di sofferenza, di prostrazione, mi piace, ci sto bene, in qualche modo mi nutre drammaticamente. Lo stesso mio libro nasce dalla sofferenza, questo stato mi rende creativa … scrivo, pagine, lettere, volumi. E questo è dannatamente vero e difficile da ammettere … il fatto stesso che io sia ancora qui a scrivere!?!? E le milioni di agende che ho scritto da ragazza. Davvero sono stata così sciocca da intrappolarmi da sola in questi meccanismi? Ma soprattutto: come cazzo ne esco ora?? Perché va bene scordarci del passato, ma come cambio il turbinio costante di pensieri?
Questa credo sia stata la cosa più schifosa della serata, compensata solo parzialmente dalle risate immaginando una reale convivenza con Emmelle con la quantità di olio che usa per condire. Orrendo, orrendo scoprire che questa sofferenza perenna me la sono cercata, costruita e ALIMENTATA io, nel tempo, negli anni, nella vita. Nuove orrende scoperte. Lasciamo decantare che tanto esploderanno da sole spargendo merda proprio uno spara letame nei campi di pianura.
Dopo la psico c’è stato un nuovo aggiornamento da B. e questa volta l’ultimo, non voglio più sapere niente di Emmelle riportato da lei. Nuovo cambio di emozioni: la rabbia. Rabbia perché si permette di pensare che io soffro, rabbia perché chiede se mi ha detto che vede un’altra e perché vorrebbe evitarmi ulteriore sofferenza. Non si chiama sofferenza, si chiama crescita! Si chiama capire chi hai davanti, scoprire che per quanto mi sforzo di pensare che gli uomini non sono tutti stronzi invece … sono tutti stronzi. Tutti simili. Mollano il nido quando c’è già altro, ma VA BENE. Va veramente bene, perché si conoscono le persone. Quindi ieri sera mi sfogo 1 ora al telefono con un amico che quanto a donne e giri di giostra potrebbe scrivere un’enciclopedia. A volte difende RichBoy, a volte pensa che bluffa, che non sia sincero. Mi tiene compagnia fino a quando non mi chiudono gli occhi e stremata mi addormento velocemente, senza avere il tempo di accendere l’interruttore dei pensieri di merda.
Mi sveglio alle 5:30, carica come non mai, riposata e purtroppo, accendo l’interruttore dei pensieri di merda (che chiamerò per brevità IPM). Penso, ripenso, sono ARRABBIATA con Emmelle, gli ho fatto una telefonata di ringraziamento e ne esce solo “mi spiace che lei soffra, meglio che non sappia che esco un’altra”. Ma brutta di quella madonna, No, porca troia! Sei un cretino, stupido, sciocco e stronzo come tutti gli altri. Il tarlo è avviato, vorrei scrivergli, inizio a farlo (visto che pare che questa sofferenza sia il carburante della mia creatività, lasciamo che sfoghi). Scrivo, scrivo, scrivo, poi no … sono troppe cose e poi lo voglio vedere in faccia, voglio sentire lui cosa dice, come risponde e voglio sentirglielo dire che ha un’altra (ahimè quanto sono donna “semplice” pur volendolo costantemente negare). Alle 7 mi decido e scrivo solo “A che ora vai in ufficio”.
Risponde subito, alle 8, dice che (ovviamente) domani non è libero, che possiamo bere qualcosa dopo cena ma non ho voglia di aspettare fino a cena, io sono lucida adesso! Adesso so di poter trovare le parole giuste per dirgli che può davvero andarsene a fare in culo, che ormai è sceso così in basso che NO, non lo voglio proprio, davvero, sinceramente più, un uomo così … uno come tanti.
Risponde come al solito: subito non riesco, forse dopo, ti chiamo, la lavatrice. Rispondo accomodante come al solito: facciamo stasera, niente stress che è venerdì. Mi chiama dopo pochi minuti che è sotto casa mia e mi dico per la milionesima volta “Cosa me ne faccio di un uomo così?” Di uno che non sa decidere se berci un caffè insieme la mattina o bere una cosa la sera. Comunque sono contenta che sia qui, beviamo il caffè ma poi saliamo in casa, ho bisogno di sentirmi tranquilla. Apro dalla testa il file delle 5:30 con l’arringa d’accusa e parlo, con calma, pacatamente, cercando veramente di essere sincera, di fargli capire che essendo stata una relazione speciale, vorrei chiuderla in maniera speciale, diversa da come ho chiuso le solite (anche se il finale è tristemente uguale, con la comparsa di una nuova figura). Si scusa, dice che ha capito. Mi abbraccia, a lungo, ma non riesco a ricambiare con vero trasporto. Gli chiedo un bacio senza motivo, non lo voglio neanche, solo per stuzzicarlo, per metterlo alla prova. Sono una cretina quando faccio così, forse è solo l’istinto di dire “valgo ancora" o “posso ancora averti se voglio”. Sì insomma cazzate così, da vittoria, di slanci sessuali violenti, forme di prepotenza che non mi piacciono. Mi liquida dicendo che un bacio sarebbe l’ennesimo fallimento della nostra coerenza ad allontanarci. Va bene così, possiamo uscire di casa.
Saliamo in macchina, ho ancora quel sassolino da togliermi dalla testa, quella cosa che sta sempre su whatsapp. In casa non sono riuscita a strappargli niente, lui dice che fa sempre la solita vita, che è trasparente, che non nasconde niente. Mi guarda anche negli occhi quando lo dice, sarebbe da scrivere una lettera a Pellizzari, porca puttana! Facciamo il giro del palazzo, mi segue nella sua auto. La testa mi bolle, non resisto, devo spurgare anche questa, l’ultima cosa e poi sono libera. Non ricordo neanche cosa gli ho detto, solo che non ero sicura che lui fosse proprio sparito solo per rispetto della decisione presa, che io non ho buone sensazioni, che gli uomini spesso spariscono se hanno già altro a cui dedicarsi. Gliel'ho detto così, in piedi, in mezzo al cortile, lui in auto con il finestrino abbassato. Farfuglia che “ha qualcosa tra le mani, niente di serio” e io vorrei investirlo di pensieri tipo che per uno come lui è già tantissima roba avere una persona con cui uscire, che il tempo che non aveva per me dove lo trova per un’altra, che tutti quegli accessi fino a sera tardi … Per fortuna mi trattengo, ho già avuto tanto: l’ho avuto di mattina per parlargli nel momento in cui mi sentivo lucida e costruttiva, ho avuto le sue scuse, ho avuto che non parlerà più di noi con B anche se non ho chiarito a sufficienza che se deve dire qualcosa deve farlo con ME, così come io faccio con lui se ho bisogno di sapere o chiedere qualcosa. Ho avuto anche una sorta di ammissione e non servono ulteriori dettagli. Dico un “ok” senza guardarlo negli occhi. Apro il cancello, salgo in macchina, parto sgommando. La sua macchina è dietro per pochi metri, poi io svolto a sinistra, lui dritto … quando si dice ognuno per la sua strada.
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