Provarci e fallire
Non mi ero accorta fossero passate quasi 2 settimane dall’ultima volta che ci siamo visti. Altre due settimana di NULLA cosmico, con 2 telefonate in una settimana.
Oh ma sai che si sente forte e chiara la voglia che hai di me. Di cenare con me, di farti un aperitivo con me, come scrivi spesso. Cazzo se la sento … la sento potente come il tonfo dei maroni che mi cascano a terra ogni volta che leggo queste minchiate.
La minchiata delle 7.35 di questa mattina (a cui poi segue il lungo silenzio giornaliero imposto dai duri ritmi di lavoro, che un po’ ti invidio perché tolgono tempo ai pensieri cazzata e alle paranoie): “Ho provato a prendere giovedì o venerdì libero per andare con te ma calendario pienissimo”. L’avevo scritta con parole mie, poi, per dover di cronaca, mi sono sentita di riportare le parole esatte, in modo che non ci siano contestazioni.
Il mio è vuotissimo, invece. Lo tengo vuoto apposta, non più per te, ma per me, per poterlo riempire delle cose che possono arrivare ma anche NON arrivare. Mi tengo “vuota”.
6 anni, dice lei. 11 anni conto io. 11 anni in tutto, da quando hanno iniziato a vedersi, da sposati, da profughi dell’arrampicata. 11 fottuti anni e ancora non abitano insieme, ancora i figli sanno-non sanno. Mi ci voleva anche un ripasso a questa storia per capire che non è detto valga la pena aspettare. Magari dopo 11 anni di attesa, finalmente vanno a convivere, sotto lo stesso tetto e scoprono di non andare d’accordo, magari vengono schiacciati dalla routine in pochi mesi, magari chissà … magari vissero per sempre contenti e felici.
Non vorrei arrivare a 60 anni per fare queste scoperte. O forse sì, o forse ben venga il continuo cambiamento, il provarci e fallire. Provarci … e fallire.
Provarci.
E.
Fallire.
Oh ma sai che si sente forte e chiara la voglia che hai di me. Di cenare con me, di farti un aperitivo con me, come scrivi spesso. Cazzo se la sento … la sento potente come il tonfo dei maroni che mi cascano a terra ogni volta che leggo queste minchiate.
La minchiata delle 7.35 di questa mattina (a cui poi segue il lungo silenzio giornaliero imposto dai duri ritmi di lavoro, che un po’ ti invidio perché tolgono tempo ai pensieri cazzata e alle paranoie): “Ho provato a prendere giovedì o venerdì libero per andare con te ma calendario pienissimo”. L’avevo scritta con parole mie, poi, per dover di cronaca, mi sono sentita di riportare le parole esatte, in modo che non ci siano contestazioni.
Il mio è vuotissimo, invece. Lo tengo vuoto apposta, non più per te, ma per me, per poterlo riempire delle cose che possono arrivare ma anche NON arrivare. Mi tengo “vuota”.
6 anni, dice lei. 11 anni conto io. 11 anni in tutto, da quando hanno iniziato a vedersi, da sposati, da profughi dell’arrampicata. 11 fottuti anni e ancora non abitano insieme, ancora i figli sanno-non sanno. Mi ci voleva anche un ripasso a questa storia per capire che non è detto valga la pena aspettare. Magari dopo 11 anni di attesa, finalmente vanno a convivere, sotto lo stesso tetto e scoprono di non andare d’accordo, magari vengono schiacciati dalla routine in pochi mesi, magari chissà … magari vissero per sempre contenti e felici.
Non vorrei arrivare a 60 anni per fare queste scoperte. O forse sì, o forse ben venga il continuo cambiamento, il provarci e fallire. Provarci … e fallire.
Provarci.
E.
Fallire.
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