Uscire dalla grotta
Non penso a nulla, ho silenziato tutto. Telefono, notifiche, pensieri, idee, speranza, sogni.
E' tutto terribilmente silenziato. Non è male, ma non è neanche una gioia o un brivido ... non è un cazzo. E' sopravvivere invece che vivere. E' funzionale. E' un guardare avanti.
Quasi un'altro mese di silenzio.
Io che corro. Chilometri e chilometri, minuti e ore di testa silenziata, di film che calmano, che distolgono dalla dura e spoglia realtà. Gocce di sudore che sostituiscono lacrime. Corro e poi sto meglio, poi la pace, poi la fatica fisica che prolunga l'effetto "silenziatore" per un po, spesso per la notte.
A volte sogno: cose lunghe, complicate. Sogno e se anche mi sveglio per rotolarmi come un kebab, poi il sogno pare riprendere. Almeno così mi sembra. Sogno cose senza gli uomini di turno che mi tormentano, ci sono colleghi, a volte amici, sono buffi come sogni, molto articolati come dicevo, ma non pensati.
Di pesante in questo periodo c'è I. I come incredibilmente pesante, I come insopportabilmente negativo, I come Insomma cambia disco. Lo sto evitando, di brutto. Niente telefonate con sospiri come se gli fosse morto il gatto ... per carità lo capisco, perchè sono simile a lui, ma siccome io mi faccio un culo tanto per uscire da quel mood, mi prendo letteralmente a calci in culo per svegliarmi, per reagire, per chiudere certe minchiate da enneagramma 4 o 5 o semplicemente da adolescente ritardato ... ecco poi non ho un cazzo di voglia di ciucciarmi le seghe mentali altrui. NO CAZZO!
Sono brava, mi impegno per starmene nel mio, senza tante montagne russe di sopra e di sotto, che ogni volta che torno l'alpino sembro una cretina isterica, NO, sono qua tranquilla, non mi caga, amen, non muoio, faccio la mia vita, cerco di dimagrire, voglio solo e sempre dimagrire e correre e stare fuori, respirare, guardare il cielo, sentire caldo o freddo, voglio solo stare in pace, tranquilla. Caro I, mi spiace tanto, ma le tue menate stavolta te le ciucci da solo, non ho energie per te. Sorry! E non ti credo quando dici che ti manco. Secondo me non ti manco IO, ti manca sfogarti, ti manca il confessore pronto a farti pat pat sulla spalla, a dirti che hai fatto una cazzata quando lo sai benissimo che hai fatto una cazzata e hai fatto pure bene se ti andava di farla MA, ora paghi il prezzo da pagare, ora soffri per la tua cazzata e non svanghi i coglioni a me, così come io cerco di non svangarli a te!
Fine delle trasmissioni!
E poi ricordiamoci della GROTTA. Voglio uscire dalla grotta.
LA DOSE
«Non appena cresce il disagio, torna il bisogno di una dose: chiamare l'amico, uscire, la ragazza, cibo, tenersi occupati, andare a correre, bere, fumare, ecc.
Non si cerca di star bene, ma si cerca di non star male.
Non si tratta necessariamente di evitare certe esperienze, ma di scoprire il grosso fraintendimento alla base. Nella soddisfazione momentanea, il livello del disagio diminuisce, anche se per brevi momenti. Confondere, quindi, l'essere felici e lo star bene, con il non essere infelici e il non star male, è un primo elemento di fraintendimento comune. Facilmente diciamo di star bene con qualcuno, quando invece grazie a quel qualcuno non stiamo male, perché abbiamo una distrazione dal disagio esistenziale che ci accompagna tutta la vita. Ci si abitua a certe emozioni, e l'altra persona o situazione diventano il pretesto per continuare a sentirle, evitandone altre più spaventose. Nella solitudine, nell'assenza di direzioni, anziché vivere quella verità, cerchiamo nuovamente di innamorarci di qualcuno, o di fantasticare su qualche futuro. Insomma, vogliamo la nostra dose. Preferiamo una falsa felicità piuttosto che una vera, solo per evitare di non attraversare la grotta ed uscire dall'altra parte. Conosciamo persone e situazioni apparentemente nuove, ma mai dopo aver superato la grotta, bensì sempre allo stesso punto. Infatti, pur cambiando corpi e scenografie, le emozioni, le colpe, le pretese, sono sempre le stesse.
Provare a rimanere senza soluzioni, senza correre verso la propria dose personale è l'azione più coraggiosa che si possa fare. La via verso la disintossicazione emozionale passa, necessariamente, per il sentire il proprio corpo e la mente tremare al bisogno della sua dose personale. Vedere la propria ombra per la prima volta, sentire quella paura di essere uccisi da questa, e scoprire che non uccide.»
«Non appena cresce il disagio, torna il bisogno di una dose: chiamare l'amico, uscire, la ragazza, cibo, tenersi occupati, andare a correre, bere, fumare, ecc.
Non si cerca di star bene, ma si cerca di non star male.
Non si tratta necessariamente di evitare certe esperienze, ma di scoprire il grosso fraintendimento alla base. Nella soddisfazione momentanea, il livello del disagio diminuisce, anche se per brevi momenti. Confondere, quindi, l'essere felici e lo star bene, con il non essere infelici e il non star male, è un primo elemento di fraintendimento comune. Facilmente diciamo di star bene con qualcuno, quando invece grazie a quel qualcuno non stiamo male, perché abbiamo una distrazione dal disagio esistenziale che ci accompagna tutta la vita. Ci si abitua a certe emozioni, e l'altra persona o situazione diventano il pretesto per continuare a sentirle, evitandone altre più spaventose. Nella solitudine, nell'assenza di direzioni, anziché vivere quella verità, cerchiamo nuovamente di innamorarci di qualcuno, o di fantasticare su qualche futuro. Insomma, vogliamo la nostra dose. Preferiamo una falsa felicità piuttosto che una vera, solo per evitare di non attraversare la grotta ed uscire dall'altra parte. Conosciamo persone e situazioni apparentemente nuove, ma mai dopo aver superato la grotta, bensì sempre allo stesso punto. Infatti, pur cambiando corpi e scenografie, le emozioni, le colpe, le pretese, sono sempre le stesse.
Provare a rimanere senza soluzioni, senza correre verso la propria dose personale è l'azione più coraggiosa che si possa fare. La via verso la disintossicazione emozionale passa, necessariamente, per il sentire il proprio corpo e la mente tremare al bisogno della sua dose personale. Vedere la propria ombra per la prima volta, sentire quella paura di essere uccisi da questa, e scoprire che non uccide.»
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